domenica 24 novembre 2013

Una recensione del documentario "Massimo – Il mio cinema secondo me"

masssimo troisi sul set scusate il ritardoNell’ultima giornata dell’ottava edizione del Festival del Film di Roma, a premiazione conclusa e in un clima più rilassato, si rende omaggio a un personaggio unico e indimenticabile nella storia del cinema italiano, Massimo Troisi. Nell’anno in cui l’attore e regista avrebbe compiuto sessant’anni, la manifestazione romana ricorda il grande artista partenopeo con una Mostra che è stata allestita nel Foyer della Sala Sinopoli per tutta la durata del Festival con le più significative fotografie di Troisi regista scattate sui set e con il documentario Massimo – Il mio cinema secondo me diretto da Raffaele Verzillo, presentato domenica 17 presso l’auditorium del Maxi.
Il documentario ha il pregio di restituire un aspetto particolarmente intimo del Troisi regista e produttore attraverso un percorso che si snoda attraverso frammenti di riprese, interviste ai tanti compagni di viaggio e inedite istantanee. Proprio gli scatti (animati in motion graphic) di Mario Tursi, fotografo di scena che l’ha immortalato sul set del suo primo film Ricomincio da tre e che l’ha seguito anche sui set dei successivi film, rappresentano la base visiva forte del documentario che è stato realizzato a partire da un’intervista inedita concessa nel 1993 ad Antonella Coluccia (allora studentessa che gli voleva dedicare una tesi di laurea) e prodotto da Verdiana Bixio per Publispei in collaborazione con Raicinema. Il film andrà in onda l’anno prossimo sulle reti Rai in occasione del ventennale della scomparsa (Troisi morì il 4 giugno 1994 dopo le riprese de Il postino).
Da questo sentito e inedito ritratto, viene fuori ancor di più come Massimo Troisi sia una figura dotata di una sensibilità rara che si esprimeva attraverso una capacità interpretativa fatta di espressioni e gesti che erano lo specchio del suo autentico modo di essere.
Attraverso le interviste ai suoi tanti compagni di viaggio nella sua carriera di regista e attore tra cui Anna Pavignano (sua inseparabile sceneggiatrice), Mauro Berardi e Gaetano Daniele (i suoi produttori storici), Lello Arena (suo complice fin dagli inizi della carriera), Massimo Bonetti (con lui ne Le vie del Signore sono finite), Francesca Neri (sua partner in Pensavo fosse amore… invece era un calesse) Maria Grazia Cucinotta (accanto a Troisi ne Il postino), viene fuori un ritratto della sua grande intensità interpretativa basata su doti come dolcezza, timidezza, malinconia. Un artista che non ha mai abbandonato la propria napoletanità, ma che l'ha posta sempre in forte evidenza nei suoi film dimostrando di voler mettere la sua vera e più intima anima al servizio della sua arte.
Ciò che il documentario restituisce con maggior forza è proprio la sua voce, sempre in amato dialetto napoletano, unica e inconfondibile, nelle sue pause e nei suoi bisticci. Una voce che è strumento privilegiato di quella comunicazione sincopata, fatta di ripensamenti e ripetizioni, specchio dell’eterna difficoltà di relazione tra i sessi, della continua incapacità di comunicare da parte di uomini insicuri, irrisolti, precari (nel lavoro e negli affetti). 
Un uomo prima che un artista, capace di essere allo stesso tempo “angelo e marionetta” secondo alcuni versi dello scrittore e poeta Rainer Maria Rilke presi in prestito dall’attrice Francesca Neri, una definizione perfettamente aderente alla doppia anima del grande artista napoletano.
Commovente chiusura sulle note del bellissimo brano di Pino Daniele Qualcosa arriverà che il cantautore aveva scritto per Le vie del Signore sono finite.
Difficile trattenere una lacrima, difficile non alzarsi in piedi per un ultimo applauso.
 

Elena Bartoni 

 

mercoledì 20 novembre 2013

Mostra "Omaggio a Massimo Troisi - La comicità napoletana sulla tela" al Gamen di Napoli

mostra massimo troisi napoli
Fino al 22 novembre presso il centro d'arte e cultura GAMEN, in Via Pontenuovo a Napoli, sarà possibile visitare la mostra dedicata a Massimo Troisi intitolata "Omaggio a Massimo Troisi - La comicità napoletana sulla tela". Orari di apertura al pubblico: dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 19.
 

La mostra è organizzata dal titolare del GAMEN Stelvio Gambardella con la collaborazione del critico d'arte Giovanni Cardone. Gli artisti autori delle opere sono: Giovanni Ariano, Luigi Bruno, Rosella Cosulich, LouisemarieClaire Cherì, Antonio De Chiara, Luigi Di Donna, Davide Di Pinto, Carlo Improta, Mena Pagnani e Silvia Rea.

mostra massimo troisi napoli


mostra massimo troisi napoli


 
Omaggio all'artista Massimo Troisi al Centro d'Arte e Cultura GAMEN di Napoli

La mostra è organizzata dal titolare del GAMEN Stelvio Gambardella con la costante e preziosa collaborazione del critico d'arte Giovanni Cardone e sarà possibile visitarla ogni giorno dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 19. Una grande folla è intervenuta alla cerimonia d'inaugurazione, celebrata nella serata di sabato 9 novembre e che ha visto la partecipazione, oltre agli stessi Gambardella e Cardone, dei giornalisti Emilia Sensale e Antonino Fiorino intervenuti con il microfono e la telecamera per un nuovo appuntamento della loro rubrica 'Non c'è Sensale senza Fiorino' in onda su TELE FUTURA, della scrittrice Rosanna Rivas e di tanti curiosi amanti delle opere d'arte, ma soprattutto ha visto la partecipazione degli artisti che con le loro opere contraddistinguono la mostra collettiva, i quali sono Giovanni Ariano, Luigi Bruno, Rosella Cosulich, LouisemarieClaire Cherì, Antonio De Chiara, Luigi Di Donna, Davide Di Pinto, Carlo Improta, Mena Pagnani e Silvia Rea, oltre alla possibilità di ammirare due opere firmate da Stelvio Gambardella e una di suo padre, vale a dire l'artista Enrico Gambardella, tutte rigorosamente ispirate al ricordo di Massimo Troisi.“

lunedì 18 novembre 2013

Tanto Massimo Troisi nell'intervista a Lello Arena de "Il fatto quotidiano"

Massimo Troisi Lello Arena Scusate il ritardoLello Arena: “I miei sessant’anni tra Troisi, manganelli, comunisti e mezze aragoste”
 
Una famiglia di sinistra poco convinta della professione di attore, le manifestazioni e le cariche della polizia, il palco dell'oratorio, l'incontro fondamentale con l'amico Massimo e un'amicizia che si rinnova nel ricordo: chiacchierata con l'attore napoletano in occasione del suo sessantesimo compleanno
Tra pochi giorni, il primo novembre, compie sessant’anni. Le date possono anche servire per fare bilanci, per capire, prendere la matita rossa o blu, a seconda dei gusti, tracciare una linea, sbrogliare matasse di ricordi. Quindi parlare di se stessi, dare sfogo all’io imperante, un io esposto sul palco da quaranta e più anni. Con Lello Arena tutto questo è relativo, tra un ricordo e un altro c’è un richiamo costante, suo, lo custodisce con rispetto, da testimone consapevole: quello dell’amico Massimo Troisi, morto a giugno del 1994 ad appena 41 anni “e anche lui a febbraio scorso ne avrebbe compiuti 60. Sì, siamo coetanei, cresciuti insieme dentro un oratorio. In quel luogo è nata la magia”.

Il vostro primo incontro?
Al teatro della parrocchia, avevamo 13 anni.

Mai conosciuti prima?
No, ma lui aveva una fama leggendaria, perché era iper-attivo politicamente, era dentro a dei comitati, ma frequentavamo istituti diversi, lui geometra io magistrali.

Da dove arrivava la fama? 
Quando andava alle assemblee studentesche chiedeva sempre la parola perché era uno con delle idee già formate. Con un però: il suo stile, la sua mimica facciale e anche un punto di vista strampalato rispetto all’epoca, provocavano ilarità. Quindi esprimeva concetti agguerriti con una platea che rideva sempre. Ne usciva addolorato e ci chiedeva: ‘Ma che vita mi aspietta se la gente ride quando dico cose serie?’.

E poi?
Stavamo mettendo in scena un piccolo spettacolo per la parrocchia di San Giorgio a Cremano, uno degli attori dà forfait. Arriva il regista e fa: ‘Possiamo prendere questo ragazzo, pare faccia ridere molto’. Era Massimo.

Come andò lo spettacolo?
Dirompente. Il suo ruolo era quelle del salumiere che si presenta con un paniere di prodotti: doveva solo elencarli, libero nella sequenza. Macché, si ostinava a rispettare la scaletta, ma non riusciva a memorizzarla, così in scena era un continuo interrompersi e ricominciare, il pubblico con i crampi per le risate. Alla fine mi disse: ‘Sscusa, ma è questo il teatro?’ Sì. ‘Ma ti posso venire a trovare qualche volta?’. Certo, sono in via Recanati .

Nato il sodalizio.
Sparì per mesi, poi un pomeriggio d’estate sentii citofonare: ‘Ti ricordi di me? Posso salire?’. Fu una fortuna.

Il palco vi aiutava con le ragazze?
Per me no, lui era molto appassionato del genere e i guai arrivarono ai tempi della Smorfia. 

                                                                                                                   Quali guai?
Lello Arena Lina Polito Scusate il ritardoNon c’erano cellulari e Massimo non sapeva gestire certe situazioni, andavano smistate anche tre spasimanti.

Troisi torna spesso nei suoi discorsi. 
Anche se non volessi pensarci, sarebbe impossibile: il novanta per cento delle persone che mi ferma, chiede di lui.

Un po’ le scoccia? 
No, penso sia una buona funzione rispetto a come ognuno di noi si rapporta con il mondo.

Non ha partecipato al suo ricordo in Rai.
Ho avuto alcuni contatti, ma la serata era stata data in prima battuta a Enzo De Caro, poi ad Anna Pavignano, infine a me. Alla prima riunione mi sono reso conto dell’impostazione sbagliata: Massimo era ai margini.

Momento chiave della sua vita?
Andare a vivere a San Giorgio a Cremano: quando avevo dodici anni i miei acquistarono casa lì, Napoli era cara.

E lei?
Sono appena dieci chilometri di distanza, ma nel primo periodo li ho maledetti, li ho accusati di egoismo, di volermi rovinare la vita, di volermi assassinare, da quello che consideravo il centro, mi portavano in periferia. E invece stavano costruendo il mio futuro, un futuro di passioni, ideali, cinema. Che non sarebbe mai stato possibile se non avessi avuto la possibilità di incontrare Massimo.

In quale famiglia è nato?
Impiegati alla manifattura tabacchi, due operai. Mio padre per un certo periodo ha rigenerato le sigarette di contrabbando: arrivavano le bionde sequestrate, selezionava le categorie e valutava quelle che potevano rientrare nel circuito legale. Poi lo hanno spostato al ruolo di cuoco della mensa.

Un padre chef.
Un tipo serissimo. Gli affidarono un budget settimanale per la spesa: iniziò a comprare aragoste, mezza a testa. Tutti sconvolti. Scoprirono che i suoi predecessori rubavano.

La politica entrava in casa?
Comunisti veri. Militanti. Insieme alle manifestazioni.

Ha mai preso una manganellata?
All’università sono stato menato da tutti i celerini di Napoli, ero sempre ridotto in pezzi.

Sfortunato o molto attivo? 
Nooo, la seconda. Ero sempre lì, mi piaceva e a Napoli le forze dell’ordine erano organizzate, sapevano bene dove, come e chi menare. Alcuni celerini li ho incontrati dopo molto tempo. A uno sono arrivato a dirgli: ‘Senti, picchiami sempre tu, almeno so che mi fai un po’ meno male’.

Da incendiario poi sarà diventato pompiere… 
Mica tanto. Nel 1994, sul set di Facciamo paradiso abbiamo girato una scena all’università sulle occupazioni: mi hanno dovuto bloccare, non capivo più niente, pensavo fossero celerini veri e mi difendevo con la mazza del pennone.

Suo padre solidale? 
A un certo punto è diventato cattolico-praticante e con il voto sull’aborto scoppiò una tragedia casalinga: io e mamma favorevoli, lui no. Per dieci giorni non ci ha parlato.

Cosa pensavano della sua carriera? 
Mia madre diceva ‘dove ti avvii, come fai?’. Per lei gli attori dovevano essere belli come Cary Grant, non come me.

Poi avrà cambiato idea. 
Ricordo una giorno, siamo tutti in casa. I miei davanti al televisore mentre la Rai trasmette un programma registrato con noi della Smorfia. E mia madre: ‘Mo’ questo sta lì, ma quanto dura? ma che è un mestiere?’ Non solo. Una sera vengono al teatro Metropolitan, tremila paganti, e lei: ‘Oggi è così, chissà domani’. Un continuo.

Come reagiva? 
Risolse tutto mio padre, quando decise di chiudere la questione con una frase storica: ‘Addolorà, finché non se ne accorgono fallo fa!’

Da cattolico praticante come giudicò lo sketch di “Annunciazione”? 
I problemi veri non nacquero in famiglia, dopo il primo passaggio in tv siamo stati denunciati per vilipendio alla religione di Stato.

Chi vi denunciò? 
Arrivarono in Rai centinaia e centinaia di proteste, tutte le associazioni religiose. Siamo finiti in tribunale.

E voi? 
Stupiti, non capivamo. Ma la situazione si risolse in maniera semplice: il giudice ci chiese: ‘Volevate vilipendere la religione di Stato?’ No, era solo un pezzo comico. ‘Va bene, andate’.

Resta uno dei pezzi più famosi. 
La Rai per anni lo ha chiuso nelle teche, temevano altre denunce. L’unico che si è preso la briga di farlo riemergere è stato Renzo Arbore. Pensi, la vestaglia di mia mamma è finita in un museo dei costumi dell’attore.

Come, scusi? 
Ci hanno chiesto il costume di Gabriele in Annunciazione e quella esposta è la vestaglia di mamma.

È prevista una fiction sulla storia di lei, Troisi e De Caro. 
Una strage annunciata.

Addirittura… 
La nostra è una vicenda così avventurosa, straordinaria, complicata, nata anche per caso. Leggerla in maniera banale come una storia di ragazzini che da piccoli giocavano a pallone e che poi diventano artisti è sbagliato. Se racconti questo offendi la qualità del guizzo geniale che la vita può avere, a prescindere da noi. Se vuoi raccontarla devi narrare lo straordinario.

Però giocavate a pallone… 
Massimo Troisi Diego Armando MaradonaNo, io non volevo, ero costretto da Massimo, lui in realtà sognava una carriera da calciatore, io ero appassionato di rugby, sono arrivato fino alla serie D. Poi quando siamo diventati famosi è nata una squadra per beneficenza. Abbiamo giocato al San Paolo.

Anche lei? 
Per forza! Massimo mi diceva: ‘Se non vieni non ti parlo più per tutta la vita. Non sai cosa cazzo ti perdi’. Aveva ragione, c’era anche Maradona a dare il calcio d’inizio e Mennea nella nostra formazione che partiva di corsa, palla tra i piedi, e mi urlava: ‘seguimi’, ma quando mai! Ecco, questi momenti qui, se non li racconti, non puoi capire la straordinarietà di un progetto che non ci riguarda, noi abbiamo solo accettato di far parte di questa situazione, noi ci abbiamo messo la disposizione d’animo. Mentre qui prendono tre attori e vogliono banalizzare tutto.

Fabio Troiano sarà Trosi.
 
Ma non può! Se qualcuno mi dicesse: ‘E’ arrivata una major americana e devi interpretare Chaplin’, mi rifiuterei! Bisogna avere il coraggio di dire no.

Chi interpreterà Lello Arena?
 
Nic Nocella. Al massimo potrebbe fare mio figlio adesso, ma non ha niente a che vedere rispetto a me dell’epoca. I fan club sono scatenati , tutti i giorni attaccano Valsecchi, produttore della fiction: uno come lui dovrebbe rinunciare a questo tipo di guadagni.

Ha mai rinunciato a qualcosa per stare con Troisi? 
Esce "Ricomincio da tre" prodotto da Fulvio Lucisano, il quale pretende di realizzare anche il secondo film. Massimo gli risponde ‘vedremo’, tanto per sondare il mercato. Dopo un po’ lo stesso Massimo mi spiega che se non avesse accettato, Lucisano avrebbe fatto saltare anche l’accordo per il mio esordio dietro la macchina da presa. E io: ‘non ti preoccupare’. Ebbene, dopo il ‘no’ definitivo di Massimo a Lucisano, ho trovato tutto il mio materiale fuori la porta, su un pianerottolo. Va bene così, eravamo realmente solidali.

Ora c’è Siani a portare in giro la napoletanità. 
E’ un grande manager. Mi dà l’idea di uno che sa alla perfezione come vanno le cose, come colpire. Non capisco la sua tendenza a chiudersi dentro luoghi comuni su Napoli.

Rispetto alla sua generazione, a chi è legato? 
A molti, noi napoletani siamo una comunità. Non è difficile incontrarsi, sentirsi, più complicato realizzare cose insieme. In particolare con i fratelli Servillo, poi Enzo Evitabile, Gabriele Sepe.

Da un po’ manca dalla tv. 
Mi avranno chiamato dieci volte, altrettante ho risposto di no, è giusto non ci sia la undicesima. E comunque sono stato abituato male, ho fatto il grande varietà di prima serata, poi Scherzi a parte e Striscia la notizia.

Cosa guarda in tv? 
Striscia, ci lavorano ancora i miei amici.

Non va più benissimo.
Si è persa un po’ l’idea originaria. Un tempo si andava in onda con la tensione di dire ‘chissà cosa accade questa sera’, la ricerca dello scoop. Rompevamo le palle.

                                                                                                                   Si divertiva? 
La smorfia Troisi Arena Decaro
Tanto, con Enzo Iachetti tantissimo. E poi Antonio Ricci era molto propositivo, a caccia di rogne. Un gruppo straordinario, giocavamo il pomeriggio a biliardino, battute, poi scaletta, cena, magari cinema. Una famiglia. Certo ora con quei due baccalà mezzi nudi…

Li hanno tolti 
Ho chiamato Antonio è gli ho detto ‘non si fa così, ai miei tempi le Veline erano molto più vestite, c’è discriminazione, dovevano stare in topless!’

I suoi figli? 
Ne ho due, la prima ha 26 anni, il secondo nove. La grande è attrice.

Consigli? 
Inizialmente evitavo di seguirla, poi capii l’errore. Ora cerco di esserle di supporto anche per le questioni pratiche.

La trova brava? 
A me piace molto, è fuori registro nel senso positivo, ma per le attrici è tutto più complicato, devono essere gradevoli, di talento; devono resistere a tutte le naturali ostilità dell’ambiente dedicate al femminile. Poi quando sono in platea mi gioco sempre un paio di coronarie.

Il piccolo? 
A lui per ora ho trasmesso la passione per la magia, lo porto con me alle riunioni dei prestigiatori dove ci scambiamo i segreti del mestiere.

Il suo studio è circondato da fumetti… 
Ho imparato l’inglese grazie a loro.

E come? 
A Napoli, quando ero piccolo, arrivavano quelli statunitensi in lingua originale. Ne compravo in continuazione. Dopo anni vado in Inghilterra e lì non solo scopro di capire la lingua, ma di essere anche in grado di esprimermi, ma con un vocabolario fumettistico. Tutti gli interlocutori mi guardavano con un’aria tra l’interdetto e l’incuriosito.

Cosa non rifarebbe? 
I compromessi: quando cedo mi incazzo, non mi riconosco.

Non le ha mai pesato questo legame con Troisi? 
Per me è una grande gioia anche oggi. Oh, lui era Massimo! Essere secondo? A lui ben venga, forse non è chiaro di chi stiamo parlando. 

Alessandro Ferrucci

mercoledì 13 novembre 2013

Un documentario e una mostra fotografica su Massimo Troisi al Festival di Roma

Il Festival Internazionale del Film di Roma ricorda quest'anno Massimo Troisi con due iniziative: Massimo Regista, mostra fotografica a cura di Mario Tursi (13 foto inedite dai set) e Il Cinema secondo me, documentario di Raffaele Verzillo. E' possibile visitare la mostra dall'8 novembre presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium del Parco della musica di Roma, mentre il docufilm di 55 minuti sarà proiettato domenica 17 novembre alle ore 19.00 al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. E' un bel momento, si parla tanto di Massimo e con cose finalmente nuove. Speriamo duri ancora a lungo.
Cristiano
 
Troisi, quell'insuperato esempio di coerenza e libertà al Festival di Roma

Il regista casertano Raffaele Verzillo alla rassegna con un documentario sull'attore napoletano

Massimo Troisi, icona del cinema italiano, arriva all’ottava edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con la regia di Raffaele Verzillo. Casertano di nascita, sammaritano di formazione, Verzillo porta sul grande schermo “Massimo - Il mio cinema secondo me”, un documentario che parteciperà alla sezione Retrospettive dell’appuntamento romano con le pellicole d’autore dall'8 al 17 novembre.

«Ho incontrato Massimo – dice Verzillo – grazie alla tesi di laurea di Antonella Coluccia, del 1993. L’ho recuperata. Troisi è stato un esempio straordinario di coerenza, un modello attualissimo di libertà di pensiero e di azione. Suo motto era: bisogna guardare sempre un po’ più in là. E ci riusciva bene. Tutta la sua vita è stata contrassegnata dalla fiducia nelle proprie capacità espressive e mai come ora i suoi insegnamenti sono imprescindibili. In questi tempi in cui si cerca di togliere a registi e sceneggiatori consapevolezza e autonomia, il suo lavoro e il suo esempio mi hanno aperto la mente sulla direzione da prendere».

Cinquantacinque minuti dedicati all’uomo, all’attore, al regista, al produttore. Realizzato in collaborazione con Rai Cinema, prodotto da Verdiana Bixio per Publispei, il lavoro di Verzillo racconta, a sessant’anni dalla nascita di un mito del cinema italiano, un protagonista vivo oggi, sui set di allora, restituendo al pubblico frammenti di riprese, inedite istantanee e interviste ai tanti compagni di viaggio, da Lello Arena a Francesca Neri da Massimo Bonetti a Maria Grazia Cucinotta.

Nadia Verdile
 

lunedì 4 novembre 2013

Bloccata la fiction su Massimo Troisi, le parole di Valsecchi e di Rosaria Troisi

massimo troisi il viaggio di capitan fracassaLa preparazione del film su Massimo è stata interrotta a causa della forte contrarietà espressa dalla famiglia a più riprese. Essendo Troisi un personaggio pubblico avremmo potuto portare comunque avanti il progetto, ma questo modo di agire è contrario al nostro modo di lavorare. Abbiamo tante volte raccontato personaggi realmente esistiti ma lo abbiamo sempre fatto con l’assenso dei familiari. Se in futuro dovessero concederci tale assenso riprenderemo a lavorare su questo film.

Pietro Valsecchi, fondatore della casa di produzione Taodue


Abbiamo chiesto noi di visionare la sceneggiatura. L’abbiamo fatto attraverso mio nipote, che fa l’avvocato. L’abbiamo trovata per dirla in maniera elegante, non corrispondente. Non ci abbiamo ritrovato Massimo. Quando finì la lavorazione del film Il postino, salutò tutta la troupe dicendo: “Ricordatevi di me”. Per la famiglia è importante che sia ritratto col rispetto che merita. Gli hanno voluto bene in tanti, non vogliamo che venga “tradito a vent’anni dalla morte”. Non vogliamo che Massimo venga massacrato, non si può difendere. Si è avviato questo progetto in fretta, ma va rispettato il suo spirito umano e artistico. Non sono contraria all’idea di una fiction in sé, ma così com’è non poteva andare.

Rosaria Troisi, sorella di Massimo
  

lunedì 28 ottobre 2013

Quel che resta del Premio Massimo Troisi secondo uno dei suoi creatori: intervista ad Aldo Vella

scultura massimo troisi il postino

Cominciamo col dire che il Premio Massimo Troisi, quello di San Giorgio a Cremano, non è stato celebrato a Morcone. Ne è semplicemente nato un altro, diverso, in un altro posto. E San Giorgio a Cremano non deve sentirsi derubata o umiliata da tutto ciò, semmai deve vedere in ciò un nuovo stimolo ad uscire da questa impasse e a ripartire con una nuova organizzazione, seria e disinteressata a tutto tranne che al celebrare nella giusta maniera la memoria di Massimo. E so bene quanto ciò che ho appena scritto sia difficile da realizzarsi. Il premio Troisi a Morcone non è nemmeno da etichettare come un tradimento della famiglia di Massimo, che è e resta patrimonio di tutti, in Italia e nel resto del mondo. Se altrove c'è qualcuno che fa le cose per bene (non posso giudicare perché non sono stato a Morcone ma conoscendo appena Luigi Troisi credo proprio di sì) è giusto che ci siano anche dieci, cento, mille premi Troisi. Siamo d'accordo su questo con Aldo Vella, di cui riportiamo qui un'intervista significativa pur se mal redatta e con qualche inesattezza qua e là.

Cristiano 
 

Il Premio Troisi, per anni fiore all'occhiello delle amministrazioni sangiorgesi, dopo due anni di sospensione è stato per la prima volta celebrato a Morcone, nel beneventano. La cosa ha suscitato un certo scalpore nella cittadina vesuviana, dove s'è visto questo trasloco come una sorta di perdita se non addirittura un tradimento da parte della famiglia dell'attore. Abbiamo deciso dunque di interpellare l'ex sindaco, e attivo cittadino sangiorgese, Aldo Vella, per entrare in merito alla questione e dialogare con colui che creò il premio.

Iniziamo innanzitutto con il pregresso, ovvero su quale base nasce Massimo Troisi e l'arte comica sangiorgese.
«Il Premio Troisi ha dei prodromi molto interessanti, al mio insediamento di sindaco, nel '93, pensai a Troisi, ancora vivente, per farlo tornare qui, per un laboratorio permanente, per formare gli attori locali. Infatti, io ritengo che qui ci sia una presenza culturale teatrale straordinaria».

Cosa c'era, un laboratorio, qualcosa del genere …
«Ce n'erano vari! C'era quello delle monache, c'era quello di Carlo (Renato? ndr) Barbieri, quello dove poi Troisi è nato teatralmente, il Centro Teatro Spazio…».

C'era allora un terreno abbastanza fertile …
«Diciamo che San Giorgio, è da oltre un secolo un terreno fertile per l'attività teatrale, e questo se non vogliamo considerare tutta la fase dei saltimbanchi girovaghi all'epoca delle Ville Vesuviane del settecento, quando le compagnie giravano e venivano ospitate nei saloni delle residenze nobiliari, creando un'aderenza tra tipologia di architettura, quella delle Ville Vesuviane e il teatro, ma questa è un'altra storia.»

E queste compagnie da dove venivano?
«Erano itineranti, perché c'era una pratica del teatro e quindi, come per gli scalpellini, come per i giardinieri che vennero per la fondazione del Bosco Reale di Portici, anche quei comici itineranti hanno creato un apprendistato, sono rimaste le tradizioni, hanno lasciato qualcosa …del resto erano girovaghi per modo di dire, restavano qui estati intere! Tra Torre del Greco e qua, giravano tutte le Ville, facendo il teatro a casa, avendo i locali adibiti proprio all'incontro, per la festa, per l'esposizione della famiglia che in tal modo segnava il suo livello di ceto. Se poi vogliamo storicizzare la cosa, dobbiamo arrivare a fine ottocento, con Recanati. Mario Recanati era un sangiorgese trasferito in Venezuela e che poi era tornato qui. Era un imprenditore edile (quello che costruì e regalò alla città la strada omonima) ma la cosa importante di quest'uomo è che è stato il primo produttore cinematografico nazionale, italiano!».

In che anni stiamo?
«Nel 1883, '84, agli albori della cinematografia. Sono stati trovati anche dei copioni, per la Notari, una famosa attrice dell'epoca. Recanati faceva il cinema, per così dire, d'avanspettacolo, infatti il cinema era l'avanspettacolo dello spettacolo teatrale, tutto il contrario di quello che è successo con l'avanzamento dell'arte cinematografica, dove l'avanspettacolo è poi diventato lo spettacolino prima del cinema! Questa è la dimostrazione che abbiamo una tradizione straordinaria! La Federico II, fece anche una mostra tempo fa, chiamata "Da Recanati a Troisi", descrivendo tutto l'arco della storia del cinema, che cominciava a San Giorgio a Cremano e finiva a San Giorgio a Cremano. Noi siamo una delle patrie del teatro e del cinema! Non lo dobbiamo dimenticare! Perché è il brodo culturale dove è nato Troisi! Non si spiega Troisi se non si va a vedere il contesto dove è nato! Questa è la prima base di partenza per ragionare su di lui. Nel '93 dunque, col mio insediamento, tentai di far venire Troisi in patria, per produrre altri attori come lui. Gli proposi, tramite il cognato, questo laboratorio, ma non feci a tempo perché nel '94 morì. Per cui decisi di affidare questo laboratorio, per due anni, a Renato Carpentieri, e che produsse, dal '95 al '96, una ventina tra registi e attori importanti come Bruno De Paola, Leonardo (Eduardo? ndr) Tartaglia, Pignatelli…».

Ma questi erano di San Giorgio o …
«Specialmente di Napoli, ma sono venuti anche da Genova. Col primo anniversario della morte di Massimo Troisi facemmo una grande mostra, qui a Villa Bruno e vennero una serie di personalità, tra cui gli amici di Massimo, venne anche D'Alema, e venne Scola, Ettore Scola, che era un amico intimo di Massimo e infatti non volle proprio entrare nella sala dove c'erano i ricordi, temeva di emozionarsi troppo e quindi conversammo fuori, non volle entrare, ma venne! Poi ci fu la notte degli oscar. In cui, "Il postino", l'ultimo film di Massimo Troisi, era candidato. Ci fu una serata con doppia sede, al cinema Flaminio di San Giorgio e al Mercadante di Napoli. Dove io e l'allora sindaco Bassolino, ci scambiammo di posto, anche se poi decisi di venire qui (portandomi anche Bassolino) perché a Napoli l'ambiente era troppo salottiero e preferivo l'ambiente familiare di San Giorgio, dove restammo in un teatro pieno fino alle due di notte. Tutto questo mi aveva convinto a procedere per istituire questo Premio Troisi, che era al principio incentrato sul corto comico. E in effetti c'eravamo accorti che non esisteva nessun festival del cortometraggio comico, tant'è vero, che quando facemmo il bando, arrivarono centinaia di cassette (perché allora si usavano le cassette VHS), una cosa impressionante! Poi, dopo, cominciammo ad aprire altre sezioni finché sono andato via, ed altri sono saliti sul cavallo vincente, ma azzoppandolo!».

E lei nel frattempo, cos'ha fatto?
«L'ho seguito come cittadino e vicino di Villa Bruno, dove ho dovuto turarmi le orecchie, perché hanno aumentato solo il volume delle manifestazioni ma hanno ridotto e squalificato il resto. Hanno modificato il premio enfatizzandolo a tal punto che s'è gonfiato come un palloncino, fino a farlo scoppiare. Si è proceduto sempre di più fino alla kermesse e sempre meno verso il laboratorio, non hanno lanciato più nessuno, io non vedo in giro persone che in questi ultimi anni si pregiano di essere stati lanciati dal Premio Troisi. Io avevo in mente, assieme al direttore artistico Iannuzzi (Fulvio Iannucci? ndr), di proseguire, col Premio, la logica del laboratorio teatrale, ma poi, il mio mandato è terminato e la storia è stata quella di concerti e concertoni e così via».

Non le sembra che si stia tentando di usare il nome di Massimo Troisi come una specie di marchio di fabbrica, un brand come si direbbe oggi, con un termine più mercantilistico e che sicuramente si discosta da quella che era la realtà Massimo?
«Ha indovinato! Hanno fatto tre errori importanti (tra i tanti commessi!); il primo è quello che non hanno mai riflettuto sulla filosofia artistica di Troisi. Solo in un rivista, Cinema Sud, c'è stato un grande approfondimento sul linguaggio di Troisi, ma non l'ha fatto certo il Premio! Questo lavoro fu sì presentato alla manifestazione ma fu un momento di riflessione che non crearono loro! Il secondo errore è quello di aver esagerato nel voler tirare sul marchio Troisi, usandolo solo per la spettacolarizzazione dell'evento. E terzo, hanno dimenticato che Massimo Troisi, nel frattempo, fino al Postino, ha seguito un'iperbole, ascendendo, nella sua arte, da comico ad attore drammatico. Infatti io non direi che Troisi è comico, Massimo ha sempre più pulito questa sua comicità facendola alla fine diventare poesia. Nel Postino è scomparsa qualsiasi smorfia, volendo usare questa parola. È probabile che se non fosse morto, la trasformazione sarebbe stata ancora più complessa! E tutto questo non è stato considerato. In tutto questo, c'è poi un errore complessivo che li racchiude tutti, il comico, è diverso dall'attore comico, il comico parte per fare la battuta, invece, gli attori comici, partono dal cinema, dal teatro per dire la barzelletta! Walter Chiari, ad esempio, parte attore, poi si può permettere di fare la barzelletta scema, facendola durare mezz'ora, e poi facendoti anche ridere, perché non è più importante la barzelletta, ma l'attore che la recita. È la televisione che ha inguaiato tutto! Adesso, i comici, non sono attori comici! Tanto è vero che non resistono alla prova del cinema, devono mettere assieme quattro o cinque di loro assieme per durare un'ora. Tutto questo vuol dire che, il premio, tu lo stai dando all'attore da cabaret, e Troisi, nella sua produzione è lontano mille miglia dal cabaret! Questo è un errore che hanno commesso i direttori artistici del premio, anche di grande calibro come Costanzo e Giulio Baffi, ma hanno fallito, diciamolo pure!».

E adesso? Come intravede il futuro di questo premio? Cosa ne pensa di questo trasferimento a Morcone?
«Il trasferimento non è tale! È un'occupazione di spazio vuoto! Come nella comunicazione, così nello spettacolo, se lascio uno spazio vuoto questo viene occupato! E due anni di assenza del Premio sono già assai! Morcone merita, è un contesto da festival. Che poi San Giorgio voglia prendere di nuovo il Premio Troisi è fanciullesco, e tra l'altro, io, m'aspetto che altri premi Troisi nascano! Perché la sua è ormai una figura liberalizzata, non la puoi più fermare, s'illude la famiglia di poter mettere il marchio, non dando tra l'altro il via alla fondazione, perché tutto questo non lo puoi fermare, ora pure i bar portano il suo nome, e solo una fondazione poteva mantenere la garanzia del marchio. Mettersi poi in concorrenza con gli altri premi Troisi, non spetta al comune di San Giorgio a Cremano, patria di Troisi, la offende quest'atteggiamento. Io direi invece di considerare il valore della città teatro, quella che ha dato i natali all'arte di Troisi. Bisogna fare tutto il contrario! Bisogna promuovere la città, il territorio, il cui fenomeno apicale è stato Troisi, ma ce ne possono essere degli altri se vi mettete col pensiero! Il compito dell'amministrazione comunale non è più quello di promuovere Massimo, che ormai è promosso tantissimo, avrebbero certo potuto fare molto di più, come ad esempio restaurare "Ricomincio da tre" (già restaurato, ndr), che ne avrebbe bisogno, ma neanche questo è stato fatto, allora dico, avete una città che è una città del teatro, promuovetela in tal senso!».

Ciro Teodonno

  

mercoledì 23 ottobre 2013

La risposta di Luigi Troisi, fratello di Massimo, al post di Selma

massimo troisi luigi troisiRicevo e pubblico con gioia il pensiero di Luigi Troisi per "Amici di Massimo Troisi".

"Sicuramente è una bella testimonianza, che non fa altro che confermarci che Massimo non è solo patrimonio artistico regionale o nazionale...ma di tutti. Per quanto riguarda la fiction, come famiglia, ci siamo affidati ad un legale per la tutela dell'immagine di Massimo. Un caro abbraccio".

Luigi Troisi