domenica 1 giugno 2014

Dai giornali dell'epoca: Masimo Troisi, dire cose nuove con il coraggio di esprimere il dubbio

Umile ma conscio di poter dare qualcosa di importante, con una lucidità disarmante, fuori dagli schemi e dal coro, senza inutili peli sulla lingua. Questo era Massimo Troisi già nel 1982, e lo sarebbe stato per sempre. Di seguito pubblico un prezioso e inclassificabile articolo scritto da lui per il Radiocorriere.

Cristiano


Quella che segue è una riflessione che Massimo Troisi consegnò al glorioso Radiocorriere Tv nel 1982, quando era atteso all'opera seconda dopo lo straordinario successo di «Ricomincio da tre». L'articolo accompagnò lo special tv a lui dedicato in «Che fai...ridi?», in onda su RaiTre il 21 gennaio '82, in prima serata. Invece di raccontare la sua vita, intervistando amici e parenti a San Giorgio a Cremano, Troisi ebbe l'idea geniale di raccontare la sua morte. E così in «È morto Troisi, viva Troisi!» tutti i colleghi, da Arbore a Benigni, da Nichetti a Verdone, porgendogli l'estremo saluto, trovano il modo per parlarne, finalmente, malissimo. «Abbiamo come al solito - disse Troisi - lavorato bene, scherzando molto».

di MASSIMO TROISI
Non ho cominciato questo mestiere con premeditazione. Ero poco più che adolescente, passato già attraverso la rivoluzione, l’America, le donne e i motori… insomma tutta la trafila. Così mi sono ritrovato a fare l’attore per alcuni amici che avevano messo su uno spettacolino. Io ero convinto di essere timido, ne ero sicuro; poi, stando «là ’n coppa» con le luci in faccia, senza vedere la gente che stava sotto a guardare, mi sono accorto che invece stavo proprio bene. Mi è venuta voglia di continuare, di scrivere le mie cose, e la gente ha fatto il resto: si è messa a ridere. Io non sono un «faticatore» instancabile; ho pure pensato: «Ecco un modo per non andare in un ufficio, per non avere degli orari…» Ora sono programmato fino all’’83… ma non mi lamento, non è che dico «guarda un po’ se il successo doveva capitare proprio a me che sono un bravo ragazzo, semplice, senza grilli per la testa…» Lo so di essere un privilegiato. Anche rispetto a mio padre, che ho visto andare a «faticare» con la febbre alta, ai miei fratelli… La comicità è una cosa seria. Se sia un modo per star dentro la realtà o per sfuggirla non saprei. Sono l’ultima persona in grado di dare risposte precise su qualsiasi argomento e questo è un argomento difficile. Personalmente la realtà la esorcizzo, cercando però di non perdere di vista il problema, il fatto che sto raccontando. Non mi sento un professionista né, d’altra parte, credo nell’improvvisazione: i tempi della comicità, con le domande e le risposte, sono già stati scritti. E dai «grandi»… Noi «piccoli» ci dobbiamo prostrare, mantenendo però l’inconscia presunzione di poter dire cose nuove. Appena questa sana presunzione diventa conscia, ci si ritrova ad essere degli epigoni più o meno bravi di questi miti. 

Tutto il rispetto, dunque, per Sordi, Manfredi, Totò, Scarpetta, Eduardo (che comunque non vivono con il nostro rispetto) e andiamo avanti cercando di fare del buon cinema. Io non penso di avere inventato nulla, racconto quello che vedo, le cose che vorrei smuovere o di cui vorrei in qualche modo liberarmi: la religione, la patria, la famiglia… Spero solo che quando sarò vecchio qualcuno mi dia un posto d’attore, perché allora non avrò tanto da dire di mio. Già ora non potrei più parlare dei problemi degli adolescenti… arriverebbe subito un quindicenne a dirmi «Massimo, vedi te le fesserie che vai dicendo…» e avrebbe ragione: l’ultimo ha sempre ragione, racconta la sua storia, la sua esperienza e può farlo solo lui. Questo è successo per i «vecchi» autori e quelli «nuovi». È arrivato Moretti e sembrava il Messia, si è gridato al miracolo. Che fosse bravo o no, portava un linguaggio diverso da quello a cui il pubblico era abituato da decenni. Oggi chiunque abbia meno di trent’anni ha quasi l'obbligo di fare un film. Abbiamo il filone del «giovanilismo», come abbiamo avuto quello western o quello pornografico… Si arriverà ai ragazzini di otto anni («se quello di tredici ci ha detto qualcosa di nuovo, figurati questo!») e poi qualcosa accadrà. Secondo me non bisogna aspettarsi troppo dalla gente di spettacolo, anche perché più diventa famosa e più si ritrova strangolata dall’obbligo di dimostrare quanto è intelligente. Specialmente i comici vivono questo personale e terribile dramma e arrivano al punto in cui non fanno più ridere. 

Ecco spiegato il motivo per il quale il mio secondo film non è ancora uscito: non voglio dimostrare niente. Anzi, io credo profondamente nel dubbio e nel coraggio di esprimerlo. Questa società è competitiva, devi vivere facendo finta di sapere tutto… Così poi torni a casa e hai l'insonnia da «diverso»… Invece è bello sapere che c'è tanta altra gente che non dorme, che si sente diversa, come te. Ci sono stati tempi in cui sembrava che la «rivoluzione» dovesse scendere da un palco insieme a una chitarra e quattro battute: ma come si fa a dire alla gente quello che deve o non deve fare? «Questo è uno che ha capito» e invece, pure se ha capito qualcosa, quel poveraccio vive i problemi di tutti e non ha proprio niente da insegnare. Personalmente, poi, ho sempre creduto più al prefetto che a Bennato.

  
 

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