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domenica 11 novembre 2012

Dai giornali dell'epoca: "Morto Troisi, viva Troisi!" col senno di poi, secondo il Corriere della sera (VIDEO)

Un po' di amarcord: ripeschiamo oggi un vecchio articolo del Corriere della Sera datato 18 luglio 1994.
  
 
Troisi: al di la' dell' estremo sberleffo

C'e' un gioco antico e lancinante nel quale tutti ci siamo crogiolati, almeno una volta nella vita. E quello di immaginare il proprio funerale, la straziante cerimonia di cui si e' protagonisti assenti. Ci si abbandona a questa fantasia spinti da un misto di masochismo e di narcisismo. Si soffre, certo, nel "vedere" lo strazio dei parenti, il dolore attonito degli amici, lo sgomento di folle commosse accorse a darci l' estremo tributo. Ma ci si compiace nel rappresentare il grande amore di cui siamo stati degnamente depositari. In realta' la strana tentazione di farsi sfilare davanti le scene della mesta cerimonia nasce soprattutto dal bisogno inconscio di tenere a bada la paura. La paura di morire appunto. Con il gioco innocente e doloroso del funerale ci si illude di fermare il tempo su di noi, ma anche di restare registi di quell'evento estremo che per definizione ci esclude. E se saremo li' a dirigerla, la morte non potra' decidere più di noi stessi. Tutto questo ha certamente contribuito ad accrescere la grande commozione degli spettatori che hanno seguito giovedi' su Raitre il finto funerale che Massimo Troisi aveva girato su se stesso ("Morto Troisi, viva Troisi!"). Massimo che era un uomo di spettacolo si è potuto permettere di sporgere il gioco al di là del sogno a occhi aperti.
Ha fissato in un film il suo dolente immaginario e ha chiamato a interpretarlo i suoi amici più cari. È struggente scoprire adesso, col senno di poi, quanto fosse grande il bisogno del grande attore di esorcizzare quella morte che, per via della sua malattia, doveva sentire molestamente vicina. Si diverte, il compianto regista, a immaginare, vecchi e rintronati, Benigni, Nichetti, Verdone e Arbore. I quattro sono ospiti di una casa di riposo per artisti intitolata proprio a Massimo Troisi. Verdone è su una sedia a rotelle, Arbore completamente sordo, Nichetti autistico e Benigni più delirante che mai. Parlano di lui, di Massimo, gli amici artificiosamente invecchiati. "Ultimamente aveva difficoltà per tante funzioni - dice Verdone - problemi alla prostata...". Ed è come se Troisi, attribuendosi quelle malattie tipiche degli anziani, volesse assicurarsi una vecchiaia. Lui che sentiva la sua morte giovane. Al tempo stesso però sembra voler profeticamente sottolineare che lui non ci sarà più quando i suoi amici saranno così malridotti. Il film è dolcissimo e struggente. "Com'era Troisi?" domanda una voce fuori campo a un Renzo Arbore rincitrullito: "Meglio vivo" risponde lui. Non si può che, desolatamente, convenire.
Schelotto Gianna
Fonte: Corriere della sera

Qui sotto trovate la versione integrale del mediometraggio "Morto Troisi, viva Troisi!"
 

lunedì 18 giugno 2012

Massimo Troisi come Viviani ed Eduardo secondo Enrico Fiore, "il critico" teatrale

Eccolo qui, ancora lui, il piccolo grande Enrico Fiore. Ho scritto di lui proprio recentemente, nel post dedicato alle mie riflessioni su "Un poeta per amico (clicca qui per leggere). Il suo racconto, registrato ma tagliato per intero e senza alcuna motivazione logica nella messa in onda di Raiuno, è riportato in parte in questa bella intervista di "Lettera 43". Interessanti anche l'accostamento di Massimo a Raffaele Viviani, grande autore autodidatta capace di parlare di qualsiasi argomento in maniera lieve e profonda, e il parere di Fiore su Alessandro Siani, in cui ritrovo punti di contatto col mio pensiero qui pubblicato insieme ad un video che montai un pò di tempo fa... (clicca qui per l'articolo e il video)

Leggere le parole del "critico" per eccellenza, come l'ha definito Decaro, ci riporta alla vera essenza del teatro, alla sua arte e alla sua funzione sociale. Tanto affascinante sentirne parlare, tanto triste constatare quanto oggi tutto questo non esista quasi più.
Cristiano



È convinto che «certe morti sono emblematiche» e che la prematura scomparsa di personaggi come il drammaturgo Annibale Ruccello (che morì a 30 anni) o l’attore Massimo Troisi (che se ne andò a 40 anni) vada interpretata come una sorta di preveggente uscita di scena, anzi un atto di autodifesa «rispetto ai tempi beceri che oggi viviamo e con i quali Ruccello e Troisi mai si sarebbero ritrovati in sintonia».
RAPPRESENTANTE DEL TEATRO NAPOLETANO. Enrico Fiore, critico teatrale nato a Castellammare di Stabia, per gli operatori culturali che contano rappresenta il teatro napoletano: ha raccontato - severo e giusto - quello degli Anni 60 dei grandissimi Totò, Nino Taranto, Peppino ed Eduardo De Filippo, e degli Anni 90 di Toni Servillo e Mario Martone («Lo ricordo all’esordio, aveva 17 anni») e dello stesso Troisi, il cui talento Fiore scoprì grazie a un fortuito passaggio in auto. E quello di oggi, che a lui appare ridotto a «puro scambio commerciale» nel nome della «necessità di assicurarsi la sopravvivenza», ma anche in grado di far riempire gli stadi a interpreti come Alessandro Siani, uno «tutto forma e niente contenuto».
DOMANDA. Come ha conosciuto Massimo Troisi?
RISPOSTA. Una sera, dopo uno spettacolo, un giovanotto che ancora non si chiamava Enzo De Caro mi offrì un passaggio in auto. Non ho la patente, accettai. All’arrivo a casa, a Castellammare, il giovanotto disse: 'dotto’, faccio teatro con due amici, presto le chiederemo di venire a vederci'.
D. Mantenne la promessa?
R. Due mesi dopo, mi telefonò per invitarmi al teatro Sancarluccio. Era il 1977: lui, Lello Arena e Massimo Troisi (il trio de La smorfia) recitavano in Così è se vi piace, una parodia di Luigi Pirandello.
D. Come fu lo spettacolo?
R. Rimasi sbalordito dalla loro originalità.
D. Perché erano così speciali?
R. Rispetto al solito cabaret politicamente schierato, La smorfia agiva sul linguaggio: demoliva retorica e luoghi comuni su Napoli usando l’iperbole, il paradosso, la dimensione surreale e poi riconduceva il tutto alla quotidianità dell’uomo comune.
D. Qualche esempio?
R. Il monologo con il Padreterno: senza saperlo, Troisi lì fece surrealismo, espressionismo, dadaismo.
D. Le ricordava qualcuno o qualcosa?
R. L’innocenza autodidatta di Raffaele Viviani, il più grande fra gli autori napoletani che non a caso oggi viene ripreso da nomi di rilievo internazionale come Cristoph Marthaler e Robert Wilson.
D. Troisi figlio di Viviani?

R. Simile è la capacità di tirar giù di peso argomenti aulici fino al livello dei più emarginati o di chi, come gli zingari, è ritenuto border line. Un esempio è la scena dell’Annunciazione nella «umile casa di un pescatore», in cui si irride alla ripetitività del rito codificato.
D. Oppure?
R. L’esercizio di una religiosità basata sul rapporto individuale, ma anche critico e libero verso Dio, che è proprio della cultura ebraica.
D. Ci spieghi.
R. Nel famoso monologo, il Padreterno viene senza complimenti rimproverato da Troisi per i presunti errori commessi durante la creazione.
D. Quale è stato il merito principale di Troisi?
R. L’aver liberato il teatro napoletano dalla sua eterna palla al piede: il bozzettismo naturalistico, che invece abbiamo purtroppo ritrovato di recente nelle commedie di Eduardo De Filippo proposte in Rai da Massimo Ranieri.
D. Come finì quella serata del 1977 in cui conobbe La smorfia?
R. Mi offrirono un passaggio in auto fino a Castellammare.
D. Un altro.
R. Già. Troisi, fingendo di non aver capito niente, si divertiva a chiedermi allarmato se le cose che stavo dicendo su di loro fossero da considerarsi buone o cattive. Insomma, se doveva ridere o piangere.
D. E poi?
R. Scrissi un articolo su Paese Sera: fu un importante viatico, di cui i tre mi sono sempre stati riconoscenti.
D. A chi somiglia Troisi?
R. A Eduardo De Filippo nella recitazione, a Viviani nei contenuti. Ma l’ironia corrosiva con cui sapeva prendere in giro perfino se stesso era soltanto sua. E resta inimitabile.
D. Come si comporterebbe, oggi?
R. Una sera, ormai famoso, Massimo mi confidò: devo stare attento, mi offrono un sacco di soldi per convincermi a fare cose che non mi piacciono. Ma io non voglio svendermi.
D. Quindi?
R. Ne sono certo: se fosse rimasto fra noi, non avrebbe mai accettato di recitare cose indegne.
D. Avrebbe scelto il cinema o il teatro?
R. Non avrebbe fatto teatro, visto che oggi è un fenomeno puramente mercantile basato sulla pratica degli scambi di spettacoli per allestire cartelloni e sostenere i budget.
D. In che misura Troisi, da vivo, avrebbe condizionato il nostro stile di vita?
R. Non credo che avrebbe inciso in alcuna misura.
D. Perché?
R. Il Troisi di oggi si chiama Alessandro Siani, frutto dei tempi: è uno che tenta invano di imitare Massimo e riempie gli stadi con battute come «secondo me, secondo te, Secondigliano». Che sono pura idiozia.
D. Di chi è figlio il fenomeno Siani?
R. Di un pubblico che non pensa.
D. Cioè?
R. Siani per me è pura superficie. Dopo un suo spettacolo, non resta niente.
D. Non è un giudizio troppo severo verso il giovane comico?
R. Mi dispiace, ma non è in grado di sostenere neanche quella che tecnicamente si chiama la carrettella.
D. Cos'è?
R. È la capacità - tipica dei grandi del teatro comico - di riprendere e rilanciare la battuta finale di un monologo riaccendendo a ripetizione risate e applausi in sala.
D. E allora?
R. Un bravo attore, che conosce i tempi giusti, riesce a tirarla avanti divertendo il pubblico anche per 10 minuti: lui, no. Le sue battute fulminee muoiono in sé.
D. Come sta, più in generale, il teatro comico napoletano?
R. Sono figli delle tivù locali, a volte cooptati a sproposito a livello nazionale.
D. Se Troisi ci fosse ancora, il teatro napoletano starebbe meglio?
R. Oggi il contenuto non c’è più, tutto è vuota forma: nessuno potrebbe migliorare la triste realtà.